sabato 15 luglio 2017

Non proprio un appuntamento - RACCONTO

La prima volta che ti vidi, non mi hai nemmeno notato intento com'eri a chiacchierare con altre persone. Ti passai davanti e un pensiero si intrufolò in testa.
"Io con uno così non ci prenderei nemmeno un caffè".
Subito dopo mi dissi: "Come sono profondi quegli occhi scuri, nascondono tante cose".
Ero al compleanno di un'amica e prima di lasciare la festa poggia gli occhi su di te. Me ne andai con l'immagine di te che rideva alla battuta del ragazzo che ti sedeva accanto.
I giorni trascorsero e al tuo sorriso e ai tuoi occhi non ci pensai più.



Ti incontrai qualche settimana dopo. Ero con amici di amici e anche tu. Il destino ci fece sedere vicino e durante la cena pensai quanto fossi simpatico. Ci scambiammo anche qualche sorriso, ma io avevo adocchiato un tuo amico. Te lo indicai levando la mano in aria.
Tu rispondesti con un ghigno, poi aggiungesti:"Non fa per te. In realtà non fa per nessuna". Annuì alle tue parole e continuammo a bere birra.
Due giorni dopo entrai al solito bar e ti trovai appoggiato al bancone; ridevi e scherzavi con il barista. Sembravi di casa lì, dove non ti avevo mai visto. Mentre io, che ci andavo tutti i giorni, a stento dicevo buongiorno. Non era uno dei miei giorni migliori e te ne accorgesti subito.
"Stefano un caffè fatto col cuore alla mia amica".
Per qualche secondo ti guardai in cagnesco. Ma quale amica? Poi il mio viso si allargò in un sorriso. Non ero stata io a chiederglielo, aveva fatto tutto lui. Colpa dei tuoi occhi, credo. Mischiavano allegria.
E così scoprì che eri anche tu avvocato, che ti piaceva la musica rock e andare a mare ogni volta che potevi. Tu parlavi e io rispondevo "anch'io".
Iniziammo a prendere il caffè insieme tutte le mattine. Io arrivavo e già ti trovavo lì. Tu mi vedevi e mi ordinavi il caffè. La nostra piccola routine era una boccata d'aria per i miei pensieri oppressi. Per me non era un bel periodo, avevo il cuore alla deriva e tu l'avevi capito. Non mi chiedevi più di quel caffè mattutino e a me stava bene.
Una mattina ti trovai a prendere il caffè con un'altra. Alle otto aveva i capelli appena fatti di parrucchiere, i tacchi a spillo, lo smalto perfetto e il trucco impeccabile. Era irreale nella sua bionditudine. Io non sarei stata capace di prepararmi così nemmeno per il sabato sera. Mi sentì piccola e sciatta dal basso delle mie sneakers e avvolta nel piumino a prova di freddo. Anche la mia voce si rimpicciolì. "Ciao” sussurrai". Un filo di gelosia uscì dalle mie labbra e arrivó fino alle tue, che sorridenti accolsero le mie parole. "Ciao" rispondesti, ordinasti il caffè per, me come facevi tutte le mattine e continuasti a parlare con la bionda perfetta.
Qualche giorno dopo arrivai al solito bar tutta preparata, volevo dimostrarti che anche io potevo essere impeccabile di primo mattino anche se avevo già rovinato lo smalto e la pioggia aveva vinto sui capelli. Tu quella mattina non c'eri. Mi sentì una stupida. Cosa volevo dimostrare?
Mi incamminai verso il tribunale immaginandoti ancora a letto, a rotolarti nelle lenzuola con la bionda. Trascorsero altri giorni e di te nessuna traccia. Fui tentata di scriverti, di chiederti notizie. Ma non volevo fare la prima mossa. La tua assenza divenne per me consapevolezza.
Mi piacevi, punto.

Mi ero presentata davanti al mio cuore e lui aveva dato la sua tendenza. E io che di pene ne avevo già subite, rifiutai l'ennesima condanna. Non volevo più innamorarmi, saresti stato solo l'ennesimo stronzo che mi avrebbe fatto soffrire.
Fui radicale, tornai a vestirmi normale: niente tacchi e niente divismi; e cambiai bar. Io avrei ripreso il controllo dei miei battiti senza vederti e tu avresti potuto parlare con tutte le bionde che volevi.
Fu facile abituarsi alla tua assenza, il caffè al mattino era silenzioso e il barista non era tipo da attaccare bottone. Ingollavo la mia benzina mattutina e mi tuffavo in tribunale.
Una sera uscì tardissimo. Un atto non voleva proprio saperne di venir fuori. Ci scontrammo ai tornelli.
"C-ciao" dissi io con tutta la mia insicurezza.
"Ehy", mi dicesti intenerendoti. I tuoi occhi si allungarono, sorridendo insieme agli occhi.
Io mi sentì avvampare. Il cuore sciolse le briglie ai miei battiti.
"Hai fame?". Guardasti l'orologio. Non accennasti al fatto che non ci eravamo più visti. Non ce n'era bisogno, sapevi che non era successo per caso, che ero io a essere fuggita.
"Si". Abbassai lo sguardo e mi sentì arrossire
"Conosco un posto qui vicino che fa lo scarpariello più buono del mondo".
"Perche no" sorrisi, sollevando un solo lembo di bocca.
Mi prendesti sotto braccio e camminammo per qualche centinaio di metri. Il ristorante era vuoto, sembrava prenotato solo per noi. Avrà avuto si e no venti posti a sedere.
Mangiammo, bevemmo, l'aria si riempì delle nostre risate.
Mi facevi ridere tanto. A ogni risata mi sentivo più leggera e capivo quanto mi eri mancato.
Uscimmo a fumare una sigaretta e mi poggiasti la mano su un fianco per farmi sotto, che passavano le macchine.
Quel tocco per me fu una scossa. Avrei voluto che lo rifacessi. Aspiravi la sigaretta e io immaginavo le tue labbra sulle mie. Gesticolavi e desideravo quelle mani sul mio corpo. Poi mettesti i tuoi occhi dentro i miei e calò il silenzio. Con la mano alzasti il mio mento e appoggiasti le tue labbra sulle mie. Fu un bacio lento, delicato, romantico.
Mi lasciai assaporare da te. Mi stringesti a te per guardarmi negli occhi, tu col mento verso il basso e io col collo inclinato.
Sorridemmo entrambi.
"Non é proprio un appuntamento il nostro, forse dovevo aspettare a baciarti".
"Non è un appuntamento?". Sorrisi.
"Certo che no, non mi sembra di averti chiesto di uscire. Ti ho chiesto se avevi fame".
"Allora chiedimelo".
"Vuoi uscire con me?".
"Si e voglio farlo per parecchio".
Sorridemmo di nuovo e mi hai baciato per un tempo indefinito.

Photo by freestocks.org on Unsplash

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